tradimenti
Il profumo del tradimento
Angel1965
18.01.2026 |
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"Il complesso del peccatore rendeva ogni palizzata di desiderio un’esperienza cristallina..."
Mentre Luca guarda la TV, sua mogliePatrizia tradisce con Angelo nella camera
accanto, in un gioco di desiderio e pericolo
che minaccia di distruggere il loro
matrimonio.
Il corridoio dell’appartamento era immerso nel buio, rischiarato soltanto dalla luce tremolante del televisore che
penetrava dalla porta socchiusa del soggiorno. Luca era appoggiato sul divano, una mano infilata dentro i
calzettoni, l’altra stretta intorno a una birra ormai tiepida. Il commento di un talk show straparlava di crisi
economiche e pensioni, ma i suoi occhi sbarrati fissavano lo schermo senza davvero vedere, la mente
anestetizzata dalla routine di ogni sera. Non sospettava nulla. Neppure immaginava che, a pochi metri da lui, la
moglie stesse per concededersi a un altro uomo con l’ardore di un vulcano in eruzione.
Angelo, invece, percepiva ogni minimo rumore: il fruscio delle sue stesse dita contro il polo di cotone, il respiro
che gli si era fatto greve di desiderio, il battito accelerato di Patrizia quando la porta della camera si era chiusa
alle loro spalle. Le mani di lei si erano posate immediatamente sui suoi pettorali strappandogli la maglietta con
gesto deciso. «Lui non si muoverà per un’ora buona» mormorò, senza staccare le dita dalle costole di lui. «La
partita comincia fra venti minuti, followed by un film poliziesco.» Le sue labbra si arricciarono in un sorriso carico
di malizia, poi si unirono a quelle di Angelo in un bacio avido che sapeva di salsa di pomodoro e di rimorso.
La camera odorava di talco e lavanda; il letto matrimoniale di Luca, con la coperta color caffellatte stirata a
giorno, si offriva come un altare profano. Patrizia indossava soltanto una leggera vestaglia di seta verde
smeraldo. Quando si voltò per chiudere la porta a chiave, il tessuto si aprì mostrando la rotella del suo culo
pieno, tondo, adorato da Angelo in ogni ricordo notturno. Un’onda di calore gli invase il ventre. Avanzò di un
passo, afferrò le nappine del cinturino e le tirò verso il basso; la vestaglia scivolò silenziosa fino a centrarle i
talloni. Patrizia restò immobile, nuda, consapevole dell’effetto devastante della sua pelle chiara, della sua anima
puttana nascosta sotto l’aria da brava moglie.
«Ti piace il fatto che lui sia lì fuori?» sussurrò lei, accarezzandosi lo sterno con lenta compiacenza. «Ti piace che
guardi la TV mentre tu mi sfondi la fica e mi sborri sul culo?» Gli occhi di Angelo si fecero minuscoli; non era una
domanda, era una maledizione eccitante. Annui. Non aveva mai provato così tanto gusto a farsi trascinare nel
fango del tradimento. D’un tratto la mano di lei scese fino a stringergli il pacchino gonfio sotto i jeans. «Allora
muoviti.»
Angelo non si fece dire due volte: spalancò il pulsante, calò la lampo, lasciò scivolare pantaloni e boxer fino alle
caviglie. Il cazzo balzò fuori, duro come marmo caldo, con la cappella lucida che spiccava nell’oscurità. Patrizia lo
studiò per un secondo, poi si voltò appoggiandosi al comò; lo specchio rifletteva il suo volo di schiena, il culo
sollevato a offrirsi, le guance rosa che si aprivano come petali. «Rovesciami dentro tutto quello che hai.» Il suo
anello era visibilmente umido, liscio di saliva e desiderio, ma Angelo decise di coccolarla ancora un poco.
Circondò le natiche con le mani larghe, le divaricò appena, accarezzò la riga interna con il pollice finché Patrizia
dovette mordersi il dorso della mano per non urlare. In sala, la voce del presentatore salì di volume: il pubblico
applaudiva.
«Mettimelo in bocca» supplicò lei voltandosi, e si inginocchiò. Angelo accarezzò la nuca morbida, avvicinò le
anche, assaporò lo strapazzo della sua lingua calda e sporca sui bordi del glande. Patrizia lo succhiava sguaiata,
lasciava uscire rantoli soffocati, lo guardava dagli angoli degli occhi con quell’aria da puttana in calore. Ogni
colpo di lingua lo trafiggeva di piacere; il pensiero che Luca potesse alzarsi, per caso, e bussare alla porta lo
faceva rabbrividire di gusto tossico. «Basta» mormorò, sfilandosi; un filo di saliva colò sul mento di lei.
La spinse all’indietro sul letto. Le lenzuola profumavano di ammorbidente, un dettaglio borghese che rendeva lo
stupro consensuale ancòra più perverso. Patrizia si mise a carponi, sollevò il bacino, offrì quella valle cremosa di
carne. Angelo si inginocchiò dietro, afferrò il cazzo con la mano sinistra e lo sfiorò appena alla fessura; la sentì
tremare. «Fammi sentire solo te.» Con un colpo secco il glande sfondò le labbra, affondò fino in fondo. Il calore
la accolse come un guanto bagnato, e Patrizia lasciò andare un gemito talmente lungo che dovette affondare il
volto nel cuscino di Luca.
Angelo rimase immobile alcuni secondi, beatamente stretto da quelle pareti umide. Poi prese a cacciare piano,
trascinando l’asta avanti e indietro, studiando il ritmo. Le cosce di Patrizia tremavano; ogni botta faceva
ondeggiare il suo culo in modo ipnotico. «Più forte» biascicò lei, «voglio sentirti domani quando mi siederò
accanto a lui a colazione.» Le sue dita strappavano le lenzuola, l’eccitazione le trasformava in bestia. Angelo
accelerò, lasciando andare il fiato roco, affondando finché i due non si scopavano con quel tonfo secco che
avrebbe dovuto destare persino i vicini di casa.
Era un delirio di pelle contro pelle, di carne che sbatteva su carne, di gemiti trattenuti. A un certo punto Patrizia
si rizzò appoggiandosi a un gomito, strinse il seno con la mano libera, si pizzicò il capezzolo finché si formò un
rigonfiamento plastico. «Tocca il mano di merda che ti sei fatto passare la moglie.» Angelo scivolò avanti, si
piezzò sul suo corpo, infilò due dita nella fica bagnata mentre il cazzo continuava a far pompa dentro di lei. Lei si
irrigidì, gridò un gemito rotto, l’orgasmo la colpì come un treno. Gli spasmi le strinsero dentro il cazzo in
contrazioni rapide, e Angelo dovette mordersi la guancia per non venire subito.
Quando Patrizia si rilassò, la trasse per i fianchi e la fece girare supina, aprendole le cosce in croce. «Devo
guardarti il culo mentre ti sborro» mormorò, estrandosi con un succhio umido. Lei obbedì, sollevò il bacino,
piantò i talloni sul materasso. Angelo allineò la punta alla fessura, la riempì d’un colpo fino all’utero, poi si chinò
avanti e la baciò con violenza. Le loro lingue si scontravano, si cercavano, si rifuggivano; il sapore era un misto di
saliva, di tensione, di colpa. Le mani di lui affondarono sotto le natiche, sollevarono il peso vellutato per
permettere un’angolazione ancora più profonda.
«Fammi sborraaaare…» singhiozzò lei, affondando le unghie nella schiena di Angelo. Lui sentì il piacere
concentrarsi alla base del cazzo, un fuoco che saliva, che contrasse i muscoli delle cosce, che gli fece scendere il
sangue in un ruggito. Con un ultimo affondo tremendo, estrasse il cazzo gonfio e scaraventò sulla pancia di lei
una prima, fitta, densa ondata di sperma caldo. Patrizia godè dello spruzzo, afferro il cazzo e lo scosse a mano
affinché tutto il seme le ricoprisse l’ombelico, il pube, le cosce. Quando l’ultima stilla le colpì un capezzolo,
qualcosa dentro di lei si sciolse in quella pozza bianca e appiccicosa. Entrambi restarono immobili, con il torace a
scoppiare di fiato, a sentire il battito cardiaco rimbombare contro le tempie.
Da lì a poco, il rumore del telegiornale si interruppe: la sigla di apertura della partita rimbombò nel corridoio.
Patrizia fece un mezzo sorriso, si raccolse alcuni stillicidi di sperma con il dito e se li portò alle labbra,
assaporando il sapore metallico di Angelo e la propria eccitazione. «Devo rientrare in cucina tra dieci minuti,»
sussurrò, «devo preparargli la camomilla.» Sentirsi dire quelle parole fece venire a Angelo un fremito misto di
disgusto e di feroce possesso.
La aiutò a rialzarsi. Lei recuperò la vestaglia, la allacciò di fretta; lui si rinfilò i boxer, si aggiustò il cinturone.
Nessuno dei due parlava, il silenzio era terso, denso di soddisfazione e di pericolo. Sul punto di aprire la porta,
Patrizia si voltò, lo fissò con occhi brillanti: «Stasera torna, dopo mezzanotte. Sarò già a letto con lui. Aspetta
dieci minuti, bussiamo tu e il tuo cazzo alla porta della camera degli ospiti.» Le labbra di Angelo si tirarono in un
sorriso lupesco. Lei spense la luce, si scostò il ciuffo umido dalla fronte, e uscì.
Quando la porta si richiuse, Angelo rimase lì, a scrutare nella penombra. Il profumo di sesso era ovunque,
impregnato nelle pareti, tra le lenzuola, nella sua pelle. Si portò una mano al naso, annusò l’odore di Patrizia e di
se stesso, e un brivido di onnipotente trasgressione gli attraversò la schiena. Si sentiva vivo, come mai prima
d’ora. Il complesso del peccatore rendeva ogni palizzata di desiderio un’esperienza cristallina. Trasse un lungo
respiro, poi sorrise placido nel buio: era disposto a infrangere qualunque regola pur di riassaporare quella fica
stretta e quel culo divino.
Dall’altra stanza, la voce di Luca esclamò qualcosa contro l’arbitro. Il poveretto non sapeva ancora che la vera
partita si stava giocando, e che lui era soltanto l’ultima ruota del carro. Angelo spense la luce, scivolò fuori dalla
camera, attraversò il corridoio in punta di piedi. Prima di scomparire verso l’ingresso, si voltò a udire il frinire
della sveglia della cucina: Patrizia stava versando l’acqua bollente nella tisana. Il fiato di Angelo si fece lento,
regolare, quasi rituale. Si ripromise che, molto presto, avrebbe ridotto la falsa quiete di quel matrimonio in un
vortice urlante di piacere. Crossò la porta d’ingresso, lasciandola socchiusa. Fradicio di sborra e di speranza,
s’immaginava già il secondo tempo, più sporco del primo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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